Dieci piccoli indiani

Siamo arrivati a quello che è universalmente considerato il capolavoro letterario di Agatha Christie.
Il romanzo venne pubblicato originariamente nel 1939 in Inghilterra con il titolo Ten Little Niggers, riprendendo il primo verso di una filastrocca più volte citata all’interno della narrazione. Si tratta di una canzone di origine americana che, nel tempo, venne trasformata in Ten Little Indians.
Per evitare l’utilizzo di termini discriminatori, il titolo subì una prima modifica già l’anno successivo, in occasione dell’uscita negli Stati Uniti, diventando And Then There Were None: una scelta più neutra, ma anche estremamente efficace dal punto di vista simbolico.
La trama è ormai entrata nell’immaginario collettivo. Dieci persone, completamente estranee tra loro, vengono invitate per motivi diversi su una splendida isola apparentemente deserta.
Una volta giunti nelle rispettive camere, ciascuno trova affissa allo specchio una poesia intitolata Dieci piccoli indiani. La filastrocca descrive, in modo inquietantemente preciso, la morte progressiva dei dieci protagonisti, uno dopo l’altro.
Dopo la cena inaugurale, mentre gli ospiti conversano tra loro cercando di conoscersi, una voce metallica e disumana proveniente da un grammofono irrompe nella sala. La registrazione accusa tutti i presenti, compresi i due domestici, di essere responsabili di un omicidio, elencando con fredda precisione nomi e date delle presunte vittime.
Da quel momento, l’atmosfera si trasforma radicalmente: una serie di morti misteriose comincia a seminare il terrore sull’isola, seguendo passo dopo passo lo schema della filastrocca.
Il sospetto si insinua inesorabilmente tra i superstiti, che iniziano ad accusarsi a vicenda, prigionieri di un clima di paranoia crescente.
Christie orchestra magistralmente questa discesa nell’angoscia, privando progressivamente i personaggi e il lettore di ogni certezza, fino a giungere a una conclusione tanto scioccante quanto perfettamente coerente con la logica spietata del romanzo.